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Time Machine (voce e quintetto) - per voce femminile, quartetto d’archi e pianoforte

 - Time Machine (voce e quintetto)
 
 
Generi:
  Contemporanea
  Classica
Orchestrazioni:
  Quartetto d’archi
  Pianoforte
  Canto
Supporto: Partiture PDF
Anno: 2017
 
 
 

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Time Machine nasce nella primavera del 2011 dalla collaborazione tra Loredana D’Anghera, cantante jazz di provenienza classica, e il pianista-compositore Massimiliano Damerini. L’idea di partenza di Loredana D’Anghera consisteva nell’evidenziare le differenti peculiarità e difficoltà nell’incrocio tra l’impostazione vocale classica e il repertorio leggero.  Partendo da questa idea di base il Compositore ha creato un progetto musicale innovativo, che tratta tre aspetti diversi del virtuosismo: vocale (il passaggio attraverso epoche, stili, generi musicali diversissimi tra loro, con uso di voce impostata e non impostata amplificata), compositivo (quale esempio estremamente elaborato di «falso d’autore»), e infine librettistico (il «falso d’autore» riguardante anche i testi).

Tutto ciò è stato reso possibile dall’invenzione di un «percorso» (non cronologico) durante il quale gli interpreti passano, senza soluzione di continuità, da vari «falsi d’autore», nell’ordine: Monteverdi, Mozart, la Canzone italiana anni ‘60, Berio, Bach, il Tango alla Piazzolla, Debussy, il Song americano,  l’Aria di una possibile Opera russa dell’Ottocento, la Bossa Nova alla Jobim, Mahler.

Per la realizzazione di questa impresa occorreva un «librettista» di stile operistico, ma con la cultura e l’ironia necessaria ad imitare i vari stili nelle loro proprie lingue. Vittorio Caratozzolo, che nella vita è un insegnante di lettere, è un vero e proprio letterato con la passione per il falso d’autore. Tra i suoi lavori più significativi spicca un Processo a Don Giovanni (Guida, Napoli, 2009), che mescola insieme i più famosi «Don Giovanni» letterari, ma soprattutto destruttura e ricostruisce in un plot processuale la trama e le voci dell’opera mozartiana.

Per Time Machine Caratozzolo ha elaborato questa drammaturgia: la protagonista, offesa per il mancato appuntamento con il suo amato (il pianista), si sfoga irosamente con un recitar cantando monteverdiano, su testo ariostesco, e poi come Dorabella nel Così fan tutte, in un’aria mozartiana con testo alla Lorenzo Da Ponte. Persa la speranza, diventa Mina con una canzone a «blues» che potrebbe essere di Lucio Battisti, o di Bruno Canfora. Poi si riaccende l’interesse grazie a un passaggio ironico quasi «Sequenza per voce femminile» di Luciano Berio, nella quale intervengono citazioni di altre lingue (tra cui il greco), come in un gioco fonetico alla Edoardo Sanguineti. La pace armoniosa ritorna, e siamo in piena Cantata profana di Bach, con testo naturalmente tedesco. Altro notevole shock, e siamo a Buenos Aires: il clavicembalo bachiano continua la sua improvvisazione e diventa un bandoneon. Inizia un tango violento alla Piazzolla, ci si immagina Milva mentre canta un testo di Horacio Ferrer. La strofa è struggente e malinconica. Dall’Argentina assolata ci trasferiamo d’incanto a Parigi. Pochi accordi raffinati, e siamo a Debussy, con un testo che richiama Verlaine o Rimbaud. Poi via a Hollywood, dove una sorta di Henry Mancini (ma potrebbe essere Burt Bacharach) propone un Love Song. Saltiamo a San Pietroburgo incontrando un eventuale Čaikovskji (ma potrebbe essere Borodin, o Rachmaninov) che declama (ovviamente in russo) l’eternità delle anime innamorate. Raggiunta l’intimità, il canto diviene un sussurro: siamo a Rio, ecco Jobim con una poetica Bossa Nova, naturalmente in portoghese. Ora l’amore diviene idealizzato e sublimato con una musica vicina a Mahler e il testo di un possibile Nietsche. Ma tutti questi jet lag musicali e letterari fanno impazzire completamente la cantante, che nel delirio mescola insieme tutti i frammenti, in un melting-pot della follia. Il pianista tenta di starle al passo, ma arranca e arriva sempre con leggero ritardo... Infine la citazione del falso Mahler riporta tutto sulla retta via.

Il finale è costruito a sorpresa. In mezzo a tanti «falsi d’autore» abbiamo anche dei «falsi finali»: il pianista conclude «Mahler-Nietsche» con una raffinata coda in pianissimo, ma la cantante gli espone chiaramente la perplessità che in questo modo l’applauso non scatti... Il pianista tenta allora altri possibili finali: una marcia (nuovamente fermata dalla cantante), e addirittura un’ironica giga scozzese (stoppata dal soprano quasi immediatamente). Infine i due trovano la sintonia su un travolgente finale di Valzer: dopo Mahler restiamo a Vienna, ma nella Vienna di Johann Strauss.

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